La storia

Nel 1388 Pompu era un centro di media grandezza, con un ceto di liberi maiorales al governo che esprimeva un majore e dei juratos. Non sappiamo, tuttavia, da quanto tempo esistesse: infatti la già scarsa documentazione medioevale sarda è assolutamente avara per quanto riguarda Pompu. Solo l’archeologia potrà darci qualche risposta in più: infatti tracce di riuso del nuraghe in periodo tardo-antico ed altre tracce nel territorio, riconducibile forse all’età bizantina, potrebbero testimoniare di una continuità abitativa costante, ma nulla ci dicono del sito dell’attuale paese. E del resto la prima traccia, nei documenti scritti, dell’esistenza del centro è data proprio dal testo della pace del 1388. Pompu nell’età moderna. Il 30 Giugno del 1409 l’esercito catalano aragonese affrontò e sconfisse a Sanluri le truppe del giudice d’ Arborea Guglielmo di Narbona. La vittoria iberica segnò l’inizio della fine per l’ultimo Stato sardo indipendente, ma ebbe ripercussioni immediate per Pompu e per le altre ville della curatoria di Parte Montis.

Dopo la capitolazione di Oristano, firmata il 29 Marzo del 1410, la curatoria, insieme a gran parte del territorio arborense, fu annessa al regno di Sardegna e Corsica e i suoi abitanti divennero sudditi della corona d’Aragona. L’assetto istituzionale che i Catalano- Aragonesi diedero a questi territori fu completamente diverso. La curatoria scomparve come distretto amministrativo e il paese venne compreso nell’Incontrada di Parte Montis. Già dopo la battaglia di Sanluri il territorio dell’ex Curatoria era stato occupato dalle truppe di Quirra, che tendeva ad ingrandire i propri possedimenti annettendosi il territorio strappato al giudicato d’Arborea. Dopo un breve periodo, durante il quale la regione fu governata da funzionari regi, nel 1430 il territorio dell’ Incontrada fu annesso in modo definitivo al feudo di Quirra. Con l’estensione del regime feudale sui territori che, fino a quel momento avevano sperimentato l’originale esperienza delle istituzioni giudicali, gli abitanti di Pompu divennero vassalli dei feudatari, sottoposti al suo arbitrio e soggetti a vessazioni, tributi di varia natura. Il complesso delle imposte pagate dalla villa di Pompu erano di tre tipi: personali, reali e giurisdizionali. I tributi feudali incidevano pesantemente sull’economia della villa. Per i vassalli del paese il carico fiscale era reso ancora più pesante dal fatto che nell’Incontrada di Parte Montis il sistema di imposizione era del tipo definito “a feudo chiuso”.

Questo sistema prevedeva che l’ammontare complessivo dei tributi dovuti al feudatario fosse stabilito, una volta per tutte, al momento dell’infeudazione del territorio e non tenesse conto di eventuali variazioni demografiche. Ciò era vantaggioso per il feudatario che gli garantiva una rendita costante, ma per la popolazione era, senza alcun dubbio, un’aggravante che diventava insopportabile in occasione di pesanti cali demografici, eventi non rari in un periodo caratterizzato da frequenti epidemie e carestie. Il cumulo delle imposte era aggravato dal donativo che si pagava alla Corona e dalle decime che venivano pagate alla Chiesa. Il prelievo fiscale, a malapena sostenibile nelle buone annate, diventava intollerabile in quelle cattive, rendendo impossibile ogni forma di sviluppo economico e creando un impoverimento generalizzato. La situazione divenne ancora più pesante dal conflitto che oppose Leonardo Alagon, marchese d’Oristano, a Nicolò Carroz vicerè di Sardegna e padre di Dalmazo, conte di Quirra. Lo scontro coinvolse in modo diretto le ville dell’Incontrada di Parte Montis che, occupata dai soldati di Nicola Montanaro, partigiano dell’Alagon, fu teatro della successiva controffensiva del conte di Quirra. Il Cinquecento fu un secolo molto duro per tutta la Sardegna colpita da carestie e sottoposta a continui attacchi da parte della pirateria musulmana. La già difficile situazione fu aggravata dalle calamità che colpirono l’Isola nel corso del XVII. Nel mese di Aprile, proveniente dalla Spagna, arrivò nell’Isola un’epidemia di peste che imperversava in Europa. Con molta probabilità il paese di Pompu fu risparmiato dal contagio perché vennero adottate rigide precauzioni. La carestia del 1680, invece, non risparmiò il paese, con una conseguente tragica ripercussione sulla mortalità. Nel 1720, in conseguenza degli sviluppi della guerra di successione spagnola, la Spagna cedeva il regno di Sardegna ai Savoia.

Nel 1744, nel corso della guerra di successione austriaca, che vedeva il regno di Sardegna e quello di Spagna lottare in campi avversi, Carlo Emanuele III dispose il sequestro dei beni posseduti nell’Isola dai feudatari iberici. Questo provvedimento colpì anche il marchese di Quirra cui vennero confiscate tutte le ville del feudo, riuscendo, comunque, a rientrarne in possesso solo nel 1748. La documentazione redatta al momento della confisca ci dà la possibilità di avere notizie sull’organizzazione della comunità nella prima metà del Settecento. Cristobal Espada era il sindaco, il massimo rappresentante della collettività che, nel feudo di Quirra era eletto dall’assemblea dei capi-famiglia. L’incarico di mantenere l’ordine pubblico nella villa era affidato al maggiore di giustizia Thomas Cucu e al suo vice Juan Baptista Pinna. Una delle stanze della casa era adibita a curia, presso la casa si trovava anche il ceppo al quale venivano incatenate le persone che venivano arrestate. I vassalli ascoltarono il pregone che disponeva la conquista della villa radunati nel luogo dove di solito si tenevano le assemblee della comunità, nel quale erano stati convocati, pena l’ammenda di 25 lire. Alla fine della lettura, eseguita in lingua sarda, tutti si dichiararono pronti ad osservare quanto disposto nell’ordinanza contenuta nel pregone e, a cominciare dal sindaco, prestarono il relativo giuramento. L’organizzazione della villa subì un mutamento in seguito all’editto del 24 Settembre del 1771, che porta la firma del ministro Lorenzo Bogino. In base alle disposizioni contenute nell’editto ogni villa, con almeno quaranta fuochi (famiglie), doveva avere un consiglio eletto dall’assemblea dei vassalli e composta da un numero di consiglieri variabile da tre a sette, in proporzione al numero degli abitanti. Per le ville con meno di quaranta famiglie era prevista la nomina del sindaco da parte del viceré. Con molta probabilità avvenne così anche per Pompu.

Nel censimento del 1751 erano state contate 43 famiglie, quindi appena al di sopra del limite stabilito dalla legge. Pur con tutti i limiti legati al contesto di generale arretratezza in cui la riforma si trovò ad operare, l’istituzione del Consiglio contrappose ai feudatari un organismo legalmente costituito e posto sotto la tutela regia e questo diede maggior vigore alle comunità rurali. E all’editto regio del 1771 noi guardiamo come alla Magna Charta delle comunità rurali. Fu il primo passo di un processo destinato a mettere in discussione il regime feudale, che vide protagonista la popolazione di Pompu e dell’intera Incontrada di Parte Montis negli ultimi anni del Settecento. La riforma favorì la contestazione giudiziaria dei villaggi relativa alle prestazioni feudali, che era già in atto qualche decennio prima del movimento antifeudale guidato da Giovanni Maria Angioj. Tra il 1771 e il 1780, decine di cause diedero inizio alla stagione della protesta rurale contro gli abusi feudali, che si diffuse velocemente negli anni Ottanta. Tutta la Sardegna era in quel ventennio attraversata da un movimento di difesa e di offensiva legale, che si fa sempre più duro, ma mai illegale e violento nella prima metà deli anni Novanta. Nel mese di Agosto del 1792 trentun villaggi appartenenti al Parte Montis di cui anche Pompu faceva parte, del Parte Usellus e Marmilla presentarono un ricorso collettivo contro il marchese di Quirra.

La lotta giudiziaria durò a lungo come testimoniano i documenti esistenti nell’archivio di Stato di Cagliari. L’Ottocento non portò grandi sconvolgimenti nel paese. L’editto delle Chiudende non provocò le turbolenze che si verificarono altrove. Per quanto riguarda la formazione del catasto provvisorio da un documento esistente nell’archivio di Stato di Cagliari emerge la grande preoccupazione del Consiglio comunitativo per la giusta ripartizione dei tributi. Da un documento dell’archivio diocesano di Ales, riportato anche dal compianto studioso simalese, professor Cornelio Puxeddu, in una delle sue ultime pubblicazioni, apprendiamo che anche a Pompu venne introdotta, nella prima metà del secolo, la coltivazione del cotone. Fonti orali, ma molto attendibili, ci riferiscono che la coltivazione del lino venne praticata fino alla prima metà del 1900. Il Novecento portò anche a Pompu grandi dolori per la morte di alcuni giovani durante le due guerre mondiali. In seguito ad una legge fascista nel 1928 il paese perse la sua autonomia amministrativa e divenne frazione di Masullas fino al 1970. Alcune persone, negli anni Sessanta, coinvolsero tutta la popolazione in un impegno corale e, grazie all’aiuto di un politico oristanese, si riuscì, nel Novembre del 1970, a riconquistare l’autonomia. Le prime elezioni amministrative si tennero nel 1971.

Ipotesi sull’origine del nome. Sul nome di Pompu – come sostiene la medievista cagliaritana Barbara Fois - sono state fatte ipotesi anche fantasiose e poetiche, ma i linguisti ci suggeriscono di trovare nel linguaggio italico l’origine del nome: infatti Pompe equivarrebbe a quinque e dunque Pomponius e Pompeus sarebbero sinonimi di Quintus. Così Pompu, come il terralbese Pompongias, avrebbe a che fare col numero cinque. Ma, c’è da chiedersi: in che senso? Nel senso in cui veniva usato in età romana? E cioè nello stesso caso di Decimo, o di Quartu o di Sestu, o di Settimo? Cioè in relazione ad una distanza misurata su strada? Ma cinque (miglia?) rispetto a quale centro? A Mogoro? ad Ales? Ma se questi centri erano allora ancora più piccoli di Pompu, che senso avrebbe avuto? Forse poteva voler dire cinque miglia dal tracciato stradale? Di fatto, però, la strada romana a Karalibus Turrem, passava proprio per di qua, dunque? A meno che questo insediamento abbia avuto origine da un latifondo privato d’età romana e il nome derivi da quello del proprietario fondatore sia dunque, in questo senso, un patronimico. Ma anche in questo caso solo l’archeologia, attraverso campagne di scavo mirate, potrà fornirci i necessari dati.