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Il termine ultimo per presentare domanda è il 04/05/2017 alle ore 12,00.

Storia e tradizioni.

Pompu, comune della provincia di Oristano, fino al 1970 frazione di Masullas, conta attualmente poco più di trecento abitanti; ha un'estensione di 5,08 kmq e un'altitudine di 147 m. I primi riferimenti storici di Pompu risalgono all'anno 1576. Nel Medioevo Pompu fece parte del Giudicato d'Arborea nel dipartimento di Parte Montis. L'economia di Pompu è quella tipica agro -pastorale. Nella piana più fertile e ricca di acque, prevale la coltura con cereali e orti lungo le sponde dei fiumi mentre, sulle colline, si trovano vigne ed oliveti. Altra attività.

Dizionario storico geografico dei Comuni della Sardegna. Comune di Pompu. IL PAESE: LA STORIA E LE SUE TRADIZIONI.

Pompu si trova a 143 m. sul livello del mare, conta circa 300 abitanti e si estende per 5,08 kmq. Appartiene all’Alta Marmilla e alla Provincia di Oristano. Il suo territorio è collinare e confina con i comuni di Curcuris, Simala, Morgongiori, Siris e Masullas. Il territorio del comune di Pompu, caratterizzato dalla presenza di dolci colline e senza rilievi di una certa entità, fu abitato sin dalla preistoria, per le sue favorevoli condizioni climatiche, la vicinanza dei corsi d’acqua, la fertilità del suolo e la vicinanza al monte Arci, ricco di giacimenti di ossidiana.
Con il Neolitico questo territorio fu intensamente frequentato e le sue popolazioni si avvantaggiarono moltissimo della vicinanza dei ricchi giacimenti di ossidiana con cui i nostri progenitori fabbricavano armi per la caccia, punte di freccia e di giavellotto e lame, coltelli e raschiatoi. La concentrazione di questi strumenti indica la presenza di stazioni e officine all’aperto dove sono visibili resti di capanne di pali e frasche, nella località di Roja de su Cani, Roja Perdera, Genna Stracoxiu, Cuccuru Domus, Masoi de Brebeis, Sa Paba Frida e Su Truncu de su Sparau. Grandi quantità di ossidiana e scarti di lavorazione sono stati rinvenuti nelle località e nelle probabili officine di Santu Miali, Prabanta e Su Furconi.
 
In questi luoghi affluiva l’ossidiana che veniva lavorata e quindi distribuita, tramite commercio, in tutto il suolo sardo, nella penisola italiana, in Corsica, nel sud della Francia e in Catalogna.. In età neolitica e anche in seguito, l’uomo prenuragico di questo territorio estrinsecò la sua fede religiosa nell’adorazione di elementi naturali assurti al ruolo di divinità: l’acqua, la terra, da cui proviene la vita, la pietra che l’uomo sagomò a rappresentare la divinità, resa tangibile da pietre fitte erette in luoghi di particolare suggestione e di grande sacralità. E’ il caso del menhir Su Furconi de Luxia Arrabiosa, un monolite alto 3.60 metri, caratterizzato da dodici coppelle, rappresenta la Grande Madre, simbolo di fecondità e che risale alla cultura di San Michele di Ozieri (3500 – 2700 a. C.).
 
A quest’ultimo orizzonte culturale si fanno risalire le grotticelle funerarie scavate nella roccia, note come “domus de Janas”: Su Stabi e Su Forru de Luxia Arrabiosa in località Prabanta al confine con il territorio di Morgongiori. Di questa piccola necropoli si individuano due tombe scavate nella roccia, ad imitazione delle case dei vivi, dove si esplicavano i riti funerari sacri in onore dei defunti. Situate a poca distanza dal menhir contribuiscono a delineare la zona di Prabanta come luogo privilegiato di culto dei defunti e dove si perpetuavano i riti sacri oltre che nelle tombe anche all’aperto. Con l’età del bronzo (1800- 900 a. C.), la Sardegna vide l’albore e poi lo sviluppo della civiltà nuragica.
 
Il territorio di Pompu fu occupato stabilmente in questo periodo da genti dotate di abilità tecniche tali da riuscire ad edificare imponenti costruzioni come i nuraghi di “Su Sensu” , al confine tra Pompu, Morgongiori e Siris e quello di Santu Miali al confine tra i territori di Pompu e Morgongiori. Il nuraghe Su Sensu è costituito da tre torri disposte sull’asse della lunghezza. Il nuraghe Santu Miali, invece, è quadrilobato e circondato da un ampio villaggio che fu abitato fino all’Alto Medioevo; è formato, inoltre, da un agglomerato di capanne a pianta circolare, di cui si individuano finora una decina di ambienti fra loro vicini e due ambienti circolari di grandi dimensioni situati sui lati Nord ed Est del monumento.Via via che si procede nella ricerca emerge l’immagine di un popolo impegnato nelle singolari opere architettoniche che hanno reso grandiosa la civiltà nuragica e che nel complesso megalitico di Santu Miali trova una notevole espressione. Il complesso nuragico di Santu Miali è uno splendido esempio di quadrilobato dalle bianche cortine che si erge maestoso a dominio di tutta la zona circostante.
 
A partire da 1992 sono state effettuate diverse campagne di scavo che hanno consentito di recuperare un monumento che riemerge ora nella sua imponenza, bellezza e importanza e sul quale il compianto studioso simalese, Professor Cornelio Puxeddu, fece la sua tesi di laurea nel lontano 1954. Il paziente lavoro di scavo ha reso onore, finora, alle aspettative scientifiche e dalla terra è emerso un singolare monumento caratterizzato per il suo aspetto isodomo, realizzato, cioè, con massi perfettamente squadrati, in pietra arenaria chiara. Il nuraghe è di tipo complesso, a pianta quadrilobata. La documentazione materiale riconduce ad antichi riti praticati anche all’esterno del monumento, dove ossa combuste, monete e lucerne testimoniano l’uso del nuraghe a scopo cultuale in età tardo-antica. L’offerta delle lucerne ci riconduce alla divinità adorata a Santu Miali dai sardi romanizzati: forse Cerere, la dea delle messi. Le lucerne decorate con il simbolo del Chrismon (croce con P), suggeriscono la presenza di comunità cristiane mentre quelle decorate con la Menorah sono, a ragione, pertinenti a differenti riti giudaici, la cui presenza in Sardegna è attestata a partire dal V secolo. Dagli scavi sono emersi i segni della frequentazione romana. In età tardo-antica, (IV e V secolo dopo Cristo), il nuraghe, ormai parzialmente crollato, continuò la sua esistenza come luogo di culto. Si offrivano alla divinità soprattutto monete, ma anche aghi e crinali in osso, con testina decorata a forma di pigna o liscia ad oliva, vasi in ceramica, grani di collane e lucerne.
 
Esse sono realizzate in terra sigillata africana, cioè con quella ceramica creata ad imitazione di quelle delle officine del nord Africa, che ebbe in Sardegna una larga diffusione. Si riferisce ad ambito cristiano anche una lucerna decorata. Le monete risalgono a Costanzo, figlio del grande imperatore Costantino e sono state emesse tra il 346 e il 361 d. C. Il territorio fu frequentato anche in età punica, periodo nel quale l’isola fu intensamente sfruttata ai fini della produzione cerealicola ( VI – III secolo a. C.). Le testimonianze sono costituite dal ritrovamento di due monete cartaginesi rinvenute nell’area cultuale di Santu Miali. In età romana, (III sec. A. C. – V sec. d. C.), la zona sud-est del monte Arci costituì un fertile distretto cerealicolo ed un’area di rilevante interesse strategico. Essa fu sede di due importanti centri, Uselis e Aquae Neapolitanae, situati ad una quindicina di chilometri dall’attuale Pompu, rispettivamente a nord nord-est e a sud sud- ovest di questa. Uselis, odierna Usellus, diventa colonia romana nel II secolo d. C. Essa sorse come presidio militare, al pari della più settentrionale Forum Traiani, odierna Fordongianus, a difesa dei ricchi centri della pianura oristanese contro le razzie delle popolazioni barbaricine ( le genti della Barbaria, nome che i Romani attribuirono all’area montuosa dell’Isola).
Aquae Neapolitanae fu, invece, un importante centro termale: fu noto a Tolomeo, geografo greco del II sec. d. C. e citato nell’Itinerarium Antonini, opera che risale agli inizi del secolo successivo. Le terme sfruttavano, come ancora oggi sfruttano, con il nome di “Santa Maria de is Aquas”, le sorgenti curative mineral bicarbonato alcaline. Una strada con una biforcazione collegava i due centri tra loro ( Aquae Neapolitanae e Uselis) ed entrambi con l’importante città commerciale e costiera di Neapolis. L’arteria principale, la Neapolis – Uselis, della quale è rimasto un miliario, aveva come stazione principale Neapolis e proseguiva lungo le pendici meridionali del monte Arci, dove transitava, si ritiene, per i territori di Mogoro e Simala. E’ dunque logico pensare che anche le confinanti fertili campagne di Pompu siano state pienamente romanizzate. Tracce di abitati sono state rilevate in alcune aree interessate da stazioni preistoriche di lavorazione dell’ossidiana. La presenza di vasi frammentari, embrici e materiale di crollo è stata segnalata nella località di Pranu Domus, Masoni de Brebeis e presso la tomba di Su Laccu de su Meli (“Il bacile del miele”). Risulta ancora che nella località di “Su truncu de su sensu” (dove esiste un nuraghe a tre torri), nel 1969 tombaroli abbiano depredato una trentina di tombe, lasciando sul posto grossi lastroni e materiale fittile frammentario. Si ha notizia del vecchio ritrovamento nel sito di Santu Miali di una moneta attribuibile all’imperatore Gordiano (238 – 234 d. C.).